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Data pubblicazione: martedì 21 maggio 2002  

MATERIALE PASTORALE - MEDITAZIONI

La funzione dei diaconi nella Chiesa: chiamati ad imitare ed a prolungare l’azione di Gesù-servo attraverso l’annuncio della parola e il dono della carità ai fratelli

Meditazione sul diaconato per la veglia di preghiera a Calimera del 7/9/1997, (San Nicola da Crissa 05/09/01).

Rel. Sac. Pietro Cutuli

Il servizio è una componente importante, anzi essenziale del cristianesimo: non ci può essere vero cristianesimo se non c’è piena disponibilità di servizio, inteso nelle sue forme più varie.

Tutta la vita di Gesù non è stata altro che un continuo servizio d’amore a Dio e ai fratelli. Gesù stesso ci dice nel Vangelo di Matteo che chi vuole essere grande tra i suoi discepoli si farà loro servo e chi vuole essere il primo tra di essi si farà loro schiavo (cf. Mt 20, 27-28). Questo mandato Gesù lo conferma solennemente la sera del Giovedì Santo quando alzatosi

“... da tavola depose le vesti e preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita (e) cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli ...”.

“Quando ebbe loro lavato i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro ... «... voi mi chiamate Maestro e Signore ... Se dunque io il Signore e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri ...»” (cf. Gv 13, 4-15).

Nel servizio troviamo diverse dimensioni, le quali sono tante quanti i carismi che lo Spirito Santo suscita nella Chiesa. Così abbiamo

“... apostoli, ... profeti, ... maestri, poi vengono i miracoli, poi i doni di far guarigioni, i doni di assistenza, di governare, delle lingue” (1 Cor 12, 28).

Tutto ciò però ha un fine ben preciso, queste funzioni e carismi il Signore li concede perché tutto concorra alla edificazione del Suo Corpo che è la Chiesa (cf. Ef 4, 11).
Già dall’età apostolica abbiamo l’istituzione del ministero del diaconato con la consacrazione dei sette diaconi da parte degli apostoli per il servizio delle mense.
Ma se la preghiera e l’annuncio della Parola di Dio competono primariamente al ministero apostolico-sacerdotale, proprio come scaturente da esso, competono anche al ministero diaconale in quanto ad esso partecipa e si affianca, anche se non in tutto. A questo proposito ci dice la Lumen Gentium del Conc. Vat. II al numero 41d che

“Della missione della grazia del supremo Sacerdozio partecipano in modo proprio anche i ministri di ordine inferiore, e prima di tutto i diaconi i quali, servendo ai misteri di Dio e della Chiesa, devono mantenersi puri da ogni vizio e piacere a Dio e studiarsi di fare ogni genere di opere buone davanti agli uomini”.

Essi in quanto si preparano a così eccelsa elezione devono essere:

“Assidui nell’orazione, ferventi nella carità, intenti a quanto è vero, giusto e di buon nome, tutto operando per la gloria e onore di Dio”.

Per quanto riguarda l’annuncio della parola come compito importante del ministero diaconale ne abbiamo testimonianza nel libro degli Atti. Troviamo infatti la splendida figura del diacono Stefano uno dei sette, che tratto in arresto diede una mirabile confessione di fede e di sapienza esponendo davanti al Sinedrio la sintesi della storia salvifica d’Israele culminante nell’uccisione del Cristo. E della sua profonda vita di preghiera ne abbiamo conferma dalla sua visione dei cieli aperti col volto raggiante della gloria di Dio e di Gesù che stava alla Sua destra (cf. At 7, 1-60).

Un’altra splendida figura di diacono nel libro degli Atti la troviamo in Filippo, un altro dei sette. Egli si lasciava guidare in tutto dallo Spirito Santo e per questo riuscì a conquistare al Vangelo e a battezzare perfino l’eunuco funzionario di tutti i tesori della regina d’Etiopia, Candace. Dopo di ciò Filippo fu rapito dallo Spirito e predicava il Vangelo a tutte le città sul suo cammino (cf. At 8, 26-40).

Ma il modello fondamentale a cui conformarsi per il dono dello Spirito Santo interiormente ed esteriormente, come hanno fatto Stefano e Filippo, affinché il ministero diaconale sia un vero servizio di fede a Dio nella Chiesa, è Gesù Servo di YHWH. I

Canti del Servo di YHWH che troviamo nel libro del Profeta Isaia ci mostrano fino a ha che punto siamo chiamati alla conformazione a Cristo per il bene del popolo di Dio: servire Dio e i fratelli fino anche fino al sacrificio della propria vita. Ansi il servizio della sofferenza è quello più autentico e fecondo per la salvezza del mondo.

Se in tutta l’azione di servizio della Chiesa e in particolar modo dei diaconi, dovesse mancare una profonda vita di preghiera e di assimilazione della Parola di Dio, di accoglienza della volontà di Dio nell’obbedienza specialmente quando comporta il sacrificio, tutto scadrebbe in una semplice attività sociale, che per quanto utile, non sarebbe azione di Cristo per la salvezza eterna delle anime e potrebbe ridursi a una mera vanità filantropica. Molti oggi nella Chiesa danno dei servizi, ma in cambio vogliono un riconoscimento umano: mettersi in mostra e ricevere elogi dagli uomini, o chissà quale altro contraccambio. Gesù direbbe: “ Hanno già ricevuto la loro ricompensa”, quindi non debbono aspettarsi più nulla da Dio. Al contrario l’azione diaconale ha come suo centro la carità che sgorga dal cuore ferito di Cristo. Ecco perché è necessaria, assolutamente necessaria la preghiera per chi si pone al servizio dei fratelli, perché venendo a mancare la preghiera, in particolare contemplativa, vengono ad essere troncate le radici da cui la carità sgorga. Ai tralci, dunque, non giunge più la linfa vitale dell’amore di Dio e si rimane aridi e vuoti sia per se stessi che per gli altri. Se vi era qualche fiore che stava per sbocciare, appassisce e dissecca; se c’era qualche frutto che stava per maturare rimane acerbo e amaro e imputridisce per via del veleno dell’amor proprio e della vanità che è sempre presente in noi. Al contrario Gesù dice:

Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. (Gv 15,1-5)

Per chi accoglie il servizio diaconale nel ministero ordinato, per poi portarlo a compimento in quel servizio più grande che è il sacerdozio, è necessaria, assolutamente necessaria la preghiera continua e contemplante l’Amore di Dio. Un cuore che contempla questo infinito Amore non può non sgorgare come un fiume impetuoso nella carità fraterna. Se veramente si è ricolmato di Dio accoglierà ogni occasione, troverà ogni modo, creerà ogni situazione per poter venire in aiuto dei suoi fratelli, sapendo che nel mondo i poveri saranno sempre con noi. Ciò che però rende fecondo e fruttificante l’apostolato, che è tale, è sempre il sacrificio consumato in olocausto di soave odore a Dio, sull’altare cristallino e trasparente del proprio nascondimento.
Secondo le parole di Gesù qualsiasi bene fatto ad uno dei Suoi fratelli bisognosi viene fatto infallibilmente alla Sua divina Persona. Proprio per questo neanche un bicchiere d’acqua dato in Suo nome non perderà la Sua ricompensa, la quale ha il suo pieno compimento nella gloria dei cieli, ma ha il suo principio nell’atto stesso in cui si fa un gesto d’amore, perché:

“in verità di dico c’è più gioia nel dare che nel ricevere”.

Essa ci fa pregustare le gioie del Cielo in quanto intuiamo fin d’ora cosa si prova nell’estatico dono a Dio e agli altri della comunione dei santi. Quale immenso e segreto mistero è nascosto in questa verità rivelata: la carità di servizio ci inserisce nella Vita divina ed entriamo a far parte dell’Amore circolare che va da Dio a Dio, dal Padre al Figlio e da Questi al Padre passando per la creazione e la creatura, in questo San Francesco d’Assisi è maestro. E in tutto ciò il nostro cuore si riempie di gioia indicibile che l’avaro, l’egoista, l’egocentrico, il solipsista, l’indifferente, lo sfruttatore, neanche lontanamente possono contemplare e gustare, perché nel loro cuore circola solo chiusura di morte e tanfo di perdizione. Servire allora non significa sottostare ai capricci di chiunque, diventare i camerieri del popolo o di chi si serve. Infatti Giovanni Paolo II nella Redemptoris Missio ci dice che in realtà servire equivale a regnare, perché per poter servire bisogna essere pienamente padroni di se. Ecco perché chi serve deve sapere il fine e il modo in cui attuare il suo servizio, per tutto ricondurre nella verità in Cristo. L’uomo egoista che, al contrario, desidera essere servito e stare sempre nella comodità, è un uomo immaturo e infantile che sarà di peso a se stesso e agli altri e che non realizzerà mai una vera personalità umana e cristiana e per questo sarà un uomo deluso e scontento.
Il Cristo invece è l’Uomo divino pienamente realizzato in conseguenza del Suo dono totale in obbedienza alla volontà di Dio nel servizio ai Suoi fratelli.
Per poter far questo l’azione diaconale, come già detto, deve essere sempre illuminata attraverso la meditazione e l’assimilazione della Parola di Dio, in modo da discernere ciò che a Lui è gradito e accetto per guadagnare alla salvezza quanti più è possibile. Il grido di Paolo, allora, risuona in questa autenticità di azione:

“... mi sono fatto tutto a tutti per salvare ad ogni costo qualcuno” (cf. ),

e per dare sollievo a Gesù Cristo che ancora agonizza sulla croce dei sofferenti fino alla fine dei tempi.
Il servizio diagonale quindi è unito indissolubilmente all’annuncio della Parola. Esso stesso si fa Parola vivente, incarnata, e da Essa trae luce e guida mentre dall’Eucarestia trae forza e conforto. Parola ed Eucarestia spronano tutta la comunità cristiana a farsi segno d’amore nel servizio gli uni per gli altri, senza illusioni perché:

“ogni albero che non porta frutto verrà tagliato e gettato nel fuoco” (cf. ).

Per questo il servizio diaconale non può limitarsi solo a chi si consacra nel ministero, ma ogni cristiano in prima persona deve sentirsi responsabile del fratello in qualsiasi difficoltà esso si trovi, perché il Signore gliene chiederà personalmente conto e deve trovare esempio ed entusiasmo in coloro che sono dei segni dell’Amore soccorrevole di Dio per la comunità, come i diaconi e i sacerdoti. Questa è la nostra grande responsabilità.
Il diacono, dunque, è l’uomo della preghiera assidua e profonda, dalla quale attinge la luce per la meditazione sapiente, per la contemplazione pura e per l’annuncio ardente e fecondo della Parola di Dio. Il diacono è colui che in umiltà e nascondimento si pone al servizio dei fratelli di fede e di tutti gli uomini, in particolare i più bisognosi: i poveri, gli anziani, gli ammalati, i forestieri, gli sfiduciati e tutti coloro che si trovano in qualsiasi genere di afflizione.
Ma nella tradizione della Chiesa il diacono è anche il collaboratore stretto e fedele del Vescovo, dal quale soltanto riceve la preghiera consacratoria e l’imposizione delle mani e al quale deve filiale obbedienza e devozione come all’apostolo di Cristo e al testimone fedele dell’autenticità della fede. In questo spirito il diacono si affianca nel servizio della mensa anche al sacerdote, collaboratore del Vescovo nel suo ministero pastorale.
In sintesi il diacono è l’uomo di Dio consacrato alla preghiera assidua e contemplante, all’annuncio sapiente e franco della Parola di Dio che si incarna nel servizio umile e nascosto, fervente e silenzioso, gratuito ed amorevole verso tutti i bisognosi e sofferenti come a Cristo stesso.

Cristo regni

Sac. Pietro Cutuli

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Giovanni Paolo II

"Desidero esprimere la mia approvazione e il mio incoraggiamento a quanti, a qualunque titolo, nella Chiesa continuano a coltivare, approfondire e promuovere il culto al Cuore di Cristo, con linguaggio e forme adatte al nostro tempo, in modo da poterlo trasmettere alle generazioni future nello spirito che sempre lo ha animato"
Messaggio nel centenario della consacrazione del genere umano al Cuore divino di Gesù


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Santa Faustina Kowalska
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