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Data pubblicazione: martedì 21 maggio 2002  

MATERIALE PASTORALE - TEOLOGIA

Il Khàrisma sociale nella spiritualità
del Servo di Dio don Francesco Mottola

PONTIFICIA FACOLTÀ TEOLOGICA DELL’ITALIA MERIDIONALE

Breve premessa biografica

Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, è venuto sulla terra per portare il Fuoco dell’Amore del Padre, per rinfrancare i cuori affranti, per ristorare coloro che sono affaticati e oppressi sotto il peso del peccato e della morte e donare la speranza della vita eterna.

L’uomo spesso smarrisce, per misteriose cause, il vero senso di Dio e dunque il senso della propria vita. Dio però non si stanca della nostra ottusità, ma ci viene incontro continuamente entrando nelle pieghe della storia, tramite uomini che incarnano in se ancora una volta suo Figlio, e sacrificano la propria vita per il bene dei fratelli.

Uno di tali uomini che ha riacceso in Calabria il Fuoco divino della santità e che presto speriamo di poter vedere canonizzato alla gloria degli altari, è il Servo di Dio Padre Francesco Mottola, Oblato del Sacro Cuore.

«Don Mottola nasce a Tropea il 3 Gennaio del 1901. All’età di 10 anni entra nel seminario della sua cittadina. Finiti gli studi ginnasiali si reca a Catanzaro per quelli liceali e teologici nel Seminario Pontificio San Pio X. Fu ordinato sacerdote il 5 Aprile del 1924[…]Ancora molto giovane fu nominato penitenziere della Cattedrale di Tropea. Scrittore, conferenziere e predicatore molto richiesto, diresse pure tantissime anime nella via della perfezione cristiana. Fondatore della famiglia degli Oblati e oblate del Sacro Cuore, li volle ricchi di una forte spiritualità contemplativa e animati di carità operosa specialmente nei confronti dei poveri e dei sofferenti, non meno che nel campo della catechesi e dell’apostolato più vario. Quando poco più che quarantenne (1942) , la paralisi sembro stroncare la sua attività sacerdotale, Don Mottola seppe dare la misura autentica della sua spiritualità, accettando il carisma del sacrificio e della contemplazione. Morì il 29 Giugno del 1969, ripetendo le parole della sua offerta a Dio pronunziate all’aurora della sua vita sacerdotale: “ Eccomi… tutto! ” »[1].

Ho voluto riportare questa sintesi biografica che si trova come preludio al Diario dello Spirito, scritto da don Francesco Mottola in dialogo intimo con il suo Dio, per dare subito i lineamenti della sua personalità sacerdotale.

Carattere totalitario, senza mezze misure, a circa vent’anni ha una radicale conversione: Dio lo investe con la sua luce chiamandolo ad ascendere giorno dopo giorno alle vette della santità. Santità che sempre più chiaramente si manifesta nella sua dimensione sociale. L’amore che don Mottola ha per Dio si riversa inevitabilmente sul prossimo, pena l’inautenticità dell’amore stesso. Scriverà alle Oblate del Sacro Cuore da lui fondate: « Cristo solo, ma a patto che sia il Cristo totale capo e membra ». [2]; e nell’Itinerarium Mentis: “ Bisogna convincersi che i problemi sociali sono di ordine mistico: riguardano cioè i nostri rapporti con Dio, da cui segue la fraternità umana. Bisogna in questo senso operare”[3].



La spiritualità del Sacro Cuore

Don Francesco Mottola ha nella spiritualità del Sacro Cuore il centro di tutta la sua vita spirituale e sociale. È dalla contemplazione del Sacro Cuore che egli attinge la carità che lo fa entrare nel mistero della presenza e dell’amore di Dio in tutta la vita dell’uomo e gli consente di moltiplicare quotidianamente le sue energie perché si possa affermare nel mondo il regno di Cristo.

«Il Sacro Cuore di Gesù/ E’ l’eterno, che si fece uomo per amore di noi. / E’ un mistero straordinario – unitario. / L’unità è il principio dell’essere nostro e di Dio. / Dio è Uno e Trino nella sua sostanza primigenia. / Cristo è venuto al mondo per un atto di amore di Dio. / E’ morto sulla croce per un atto di amore di Dio. / Ci ha dato il suo cuore per un atto di amore di Dio. / Dalla Croce sono usciti il Cuore, la Chiesa, i Sacramenti. / Siamo esclusivamente nell’ordine soprannaturale, a cui la natura si ordina come mezzo al fine. / L’uomo è fatto per la soprannatura. / Andiamo al Sacro Cuore in simbiosi di natura e soprannatura. / Il Sacro Cuore di Gesù è il nostro Re»[4].

Contemplando il Cuore di Gesù, Don Francesco Mottola entra nel mistero dell’Amore Trinitario, un amore che si fa carne, quella del Figlio Unigenito, per salvare e soccorrere in ogni necessità i fratelli nel travaglio storico della vita.

Il Cuore è simbolo più bello che nella Sacra Scrittura ci consente di comprendere l’Amore che pervade tutto l’essere di Gesù: uomo-Dio. Dice Pio XII nell’Enciclica Haurietis Haquas al n° 30: «Il Cuore del Verbo Incarnato è considerato come il simbolo principale, indice di quel triplice amore, col quale il divino Redentore ha amato e continuamente ama l’Eterno Padre e l’umanità».

Il Cuore di Gesù è, dunque:

• Simbolo dell’Amore divino sotto il velo della carne umana, cioè del dono eterno di tutto il proprio essere che esiste tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo;

• Simbolo della carità infusa nella sua anima, dunque dell’ardentissima volontà d’amare, plasmata perfettamente dalla Sua divinità.

• Simbolo del Suo amore sensibile, in quanto vero uomo, cioè formato nel seno castissimo della Vergine Maria e quindi capace d’amare con affetto umano sensibile e purissimo[5].

Ecco perché il Servo di Dio ha voluto consacrare tutta la sua opera al Sacro Cuore in un impeto inesausto di contemplazione di quest’ineffabile mistero. Come il Cuore di Gesù ci ha manifestato tutto l’amore di Dio, così anch’egli tramite la contemplazione del Sacro Cuore ha lasciato agire dentro di se la grazia che gradualmente ha conformato il suo cuore al Cuore di Cristo.

L’amore che Gesù ci ha manifestato non è un amore platonico, spiritualistico o pietistico, ma un amore che è l’essenza stessa di Dio, secondo l’altissima contemplazione ed esperienza di Dio che l’Apostolo Giovanni ci comunica: «Chi non ama non ha conosciuto Dio perché Dio è amore» (1 Gv 4, 8), Amore che abbraccia tutte le dimensioni dell’essere dell’uomo, il quale è chiamato a conformarsi a Cristo pienezza della perfezione dell’uomo stesso.



3. La Casa della Carità

La casa della Carità/ E’ la vita cristiana che si svolge nella Carità. /E’ l’essere che si svolge nell’essere supremo. / E’ sintesi la carità. / Di preghiera – Gesù è nel cuore della Casa, nel cuore di tutti, nella Casa si prega. / La lampada è sempre accesa, se si spegnesse per un istante la Casa cadrebbe. / Di sacrificio – nella Casa vi sono tutte le sofferenze della carne umana. / Tutte le sofferenze dello spirito. /Sono come alimenti di fiamma. / Di apostolato- è aperta a tutte le iniziative di apostolato. / E’ la Casa del lavoro. / E’ la casa del sorriso.[6]

Ecco allora la casa della Carità, luogo storico dove l’Amore possa manifestarsi nella concretezza prendendosi cura di tutte le miserie e sofferenze umane, perché sofferenze dello stesso Cristo ancora agonizzante su tutte le croci del mondo.

La Casa della Carità è la Casa del Sacro Cuore il quale «[…]è l’Ospite Divino - il Padrone assoluto »[7] della stessa casa. Si entra così nella circolarità dell’Amore Trinitario che si attualizza tra coloro che si consacrano all’Ideale della Carità e i poveri e sofferenti accolti fra le mura della Casa, che idealmente diventano le pareti del Cuore di «Cristo dove abita corporalmente tutta la pienezza della divinità»( Cfr Col 2,9).

La Casa della Carità, non è, allora, solo una struttura assistenziale per i poveri e sofferenti, ma è un’anticipazione escatologica, secondo la categoria del già e non ancora, della comunione che regnerà pienamente nei cieli fra tutti coloro che appartengono all’unico Corpo Mistico di Cristo. Il bene che si “commercia” dentro la Casa della Carità è appunto, l’Amore Divino, bene inestimabile che sgorga dalla fonte sempre viva dell’Eucaristia. E’ l’Eucaristia, infatti, il cuore di tutta la casa davanti alla quale brucia perpetuamente una lampada ad olio simbolo della preghiera e del sacrificio di coloro che si sono consacrati all’Ideale di don Mottola. Dal Sacrificio Eucaristico sgorga per la casa della Carità ogni benedizione e grazia: «L’Eucaristia alimenta la vita, non quella che passa, ma la vita della grazia che rimane divenendo gloria – ogni momento della nostra esistenza abbiamo bisogno di Pane[…]. L’Eucaristia genera le vergini, che hanno lo slancio come Gesù verso l’ideale […] l’Eucarestia è il Verbo Incarnato, è luce che ci illumina. / L’Eucaristia è la forza – nell’Eucaristia il Cuore del Verbo di Dio è sostanzialmente unito al Verbo, quindi è una forza infinita. / E’ necessaria la costanza e il sacrificio»[8].

«La Casa della Carità è, dunque, una categoria teologico–spirituale, in quanto si radica sulla teologia di Dio Creatore e Redentore e della visione della Chiesa come corpo Mistico di Cristo. Come l’apostolato oblato è sovrabbondanza di contemplazione, la Casa della Carità è sovrabbondanza dell’Amore di Dio che ha invaso il cuore umano»[9]

L’Amore che plasmava il cuore di Padre Francesco Mottola lo faceva andare con entusiasmo verso gli ultimi.

I Criteri di accettazione che Egli voleva fossero attuati nelle sue Case della Carità sono i seguenti:

«Con preferenza si accolgono:

a) I rifiuti di umanità, i cenci umani.

b) Quelli che son rifiutati da tutti, e che nessuno raccomanda.

c) Quelli con malattie molto ripugnanti alla natura umana.

d) Quelli[…]che non portano nulla alla “Casa”, e che non danno nessuna speranza di rendimento[…]»[10].

Il rendimento che don Mottola sperava era l’Amore stesso, quell’amore che egli contemplava nel Sacro Cuore, e che solo può appagare il cuore dell’uomo. L’uomo non si realizza che nell’Amore e nell’amare, che ha nella dinamica dello svuotamento di se il principio fondamentale. Uscire da se stessi per incontrare l’Altro nell’altro che solo ci rivela il nostro vero volto. Ecco allora l’immagine del viandante che ritorna spesso negli scritti del Servo di Dio. L’uomo è un pellegrino dell’assoluto che cammina nel desiderio costante dell’incontro con Dio e sa che quest’incontro avverrà pienamente solo alla fine del cammino, ma il cammino è condizione necessaria per giungere a realizzare la perfezione della propria creaturalità innalzata alla figliolanza divina in Gesù Cristo. Allora la carità non può rimanere senza la speranza, perché le pause nel cammino sono tante, dovute alla fragilità in cui ci ha posto il peccato. Scriverà don Mottola: «Ho nell’anima sempre la divina speranza della santità, è Dio che l’ha messa nel mio cuore , come una certezza; e lo Spirito me l’alimenta./ Quello Spirito, che nel buio più fondo mi fa divinamente pregare: abbà Padre! […]Ecco perché ripeto con gesto più ardito e più ardente, il mio povero dono totalitario. E’ dono di vigilia, oggi che siamo alla vigilia dei Cieli. / Soffrire, tacere, godere, dimenticarsi; vivere in ogni istante la pienezza di Dio[…][11].

La santità per don Mottola non consiste in una serie di pratiche o devozioni da fare, o meglio ancora di buone opere, la santità consiste nella pienezza della amore, è dunque una questione di essere e non di fare. Bisogna conformare il proprio essere all’Essere di Dio che è Amore. Per questo l’amore a cui anela don Mottola è “massimalista”, “totalitario”, secondo la sua espressione un:

«Amore senza ritorni.

Bisogna tagliare i ponti e bruciare le navi.

Amore senza riposo.

Il cuore non riposa mai, e trova riposo nel non trovar riposo.

Amore senza confini.

I confini dell’eternità[…].»[12]



La contemplazione come fondamento dell’azione sociale

Dunque è dalla contemplazione che sgorga l’azione. Don Mottola prende questo concetto da S. Tommaso D’Aquino: «Contemplata aliis tradere». Con un’immagine poetica molto suggestiva, don Mottola fa comprendere la necessità e la forza della contemplazione, Egli scrive: «L’apostolato di fatto scende dalla pienezza della contemplazione: come dai nevai la forza dei fiumi, che pur tornano al mare ansiosi di azzurro per essere riassorbiti dal sole»[13].

L’apostolato in genere, ed è apostolato sia l’annuncio esplicito del Vangelo sia la testimonianza concreta di carità, per essere veramente tale devo avere il suo fondamento nella contemplazione, cioè nel contatto vitale con Dio per mezzo della preghiera. Così facendo la mente e il cuore ricolmati della Carità divina non potranno che trasfondere sul prossimo, in particolare che soffre, la pienezza di vita e di amore che Dio ha comunicato nell’anima.

Nella Novo Millennio Ineunte Giovanni Paolo II traccia con chiarezza il cammino che la Chiesa del terzo millennio deve percorre per ripartire nella testimonianza viva e vitale al Vangelo. «Duc in altum»dice il Papa, ma per prendere il largo si deve prima aver contemplato le meraviglie del volto di Cristo, e continua:

«La nostra testimonianza sarebbe[…]insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto»[14].

Questo volto il Servo di Dio non lo trova soltanto nella Sacra Scrittura, ma anche nell’altro meraviglioso libro della natura all’apice della quale vi è l’uomo stesso “immagine e somiglianza di Dio” (Cfr Gn 1-2).

Tant’è che contemplare vuol dire per don Mottola «ricreare in noi tutte le vite – perché l’uomo è sintesi di tutte le vite»[15], entrare in un contatto mistico con l’intero universo sentendo nel proprio cuore il travaglio doloroso di tutte le creature e di tutti gli uomini per riconoscerlo come l’unica agonia del Cristo crocifisso su tutte le croci del mondo. In una meditazione sulla via crucis questo pensiero è chiarissimo nella mente di don Mottola. Egli scrive: «Via crucis su tutte le strade del mondo, dove batte un cuore umano divinizzato dalla grazia, si ripete nella realtà mistica del presente la via crucis di Cristo Signore[…]Son mille e mille volti, bianchi, bruni, neri, rossi, gialli, di bimbi, di donne di uomini: poveri volti umani pieni di luce e d’ombra: un solo volto il suo. Son mille e mille cuori, piccoli e grandi cuori, che battono e battono, sotto la sete e gli stracci, e non riposano mai: un solo cuore - il suo […] su la croce sangue vivo dalle ferite aperte, agonia d’anima, fasce d’ombra greve all’orizzonte, d’ogni parte. Ma una sola croce la sua»[16].



Il chàrisma sociale nella spiritualità del Servo di Dio don Francesco Mottola

Comprendiamo bene, allora, che il chàrisma sociale di don Mottola è un dono che nasce dalla contemplazione, la quale lo innesta nella realtà della presenza mistica di Cristo in tutti gli uomini in particolare nei sofferenti. Ecco perché egli afferma con forza e lucidità, senza paura di essere considerato un utopista o un don Chisciotte, che la questione sociale è soprattutto una questione mistica. Scrive nell’Itineraium Mentis:

«Io penso che soltanto la dottrina del corpo mistico può risolvere in pieno la questione sociale[…] Il fratello da al fratello, perché la comunanza di sangue richiede questo sacrificio. Ma non siamo tutti fratelli in Cristo? Non abbiamo comunanza di sangue ma di grazia soprannaturale[…]In Cristo tutti formano una cosa sola»[17].

Ecco allora come la carità diventa un duplice scambio di vita tra Dio e l’uomo, che conduce il Primo ad incarnarsi ed il secondo a divinizzarsi trovando il punto di unione nell’uomo stesso. Dirà don Mottola: «Intendo parlare del mistero nascosto nei secoli in Dio[…]La dottrina del Corpo mistico è la sintesi di tutta la rivelazione[…]Il piano divino di redenzione e di santificazione non si attua che per l’inserzione a Cristo, è in Lui che si umana la Carità, che discende da Dio Padre, è in Lui che, attratto sale l’amore dell’uomo e diventa Carità, una sola Carità vivificante, santificante, fino alla più intima unione, a Cristo quella che faceva esclamare a Paolo Apostolo: Mihi vivere Chistus est!»[18].

È, dunque, in questo duplice scambio d’amore che parte dall’Alto, ma che ha il suo punto di unione nell’uomo, che si risolve tutta l’azione sociale del Cristiano fino a conformarsi totalmente in quello stesso Cristo sofferente e glorioso che si incontra nei fratelli.



Conclusioni

Per concludere, possiamo dire con piena serenità che l’insegnamento del Servo di Dio don Francesco Mottola è attualissimo per i nostri tempi, che sono così privi anche nella stessa azione della Chiesa, di valori forti capaci di rifondare la nuova evangelizzazione sul campo difficile della questione sociale.

Profeta ancora tutto da scoprire con potenzialità enormi, don Mottola rimane un uomo, un cristiano, ma specialmente un sacerdote calabrese nel cui cuore vibra la Carità universale del Cuore di Gesù e che negli anni a venire darà ancora il suo contributo di vita e di sangue per la salvezza della Calabria e del mondo.







7. Bibliografia

Fr. Mottola, Diario dello Spirito, a cura di B. M. Danza, ed. La Roccia, Roma, 1992.

Fr. Mottola, Faville della Lampada, a cura di Ignazio Schinella, ed. Rubbettino, Soveria mannelli, 1994.

Fr. Mottola, Itinerarium Mentis, a cura di Paolo Gheda, ed. Rubbettino, Soveria mannelli, 2000.

Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte, 6 Gennaio, 2001.

I. Schinella, Don Mottola e la questione sociale, ed. Qualecultura, Jaca Book, 1994.

Meditazioni dattiloscritte ad uso delle Oblate.

Pio xii, Lettera Enciclica Haurietis aquas, 15 Maggio, 1956.



Bibliografia consultata



G. Grillo, Eccomi!.., un’avventura meravigliosa, Ed. Pro Sanctitate, Roma, 1977.



I.Schinella, Il sole, l’aquila e l’allodola, Ed. Parva Favilla, Tropea, 1987.



I. Schinella, Un Prete universale, Don Francesco Mottola Oblato del sacro Cuore, Ed. San Paolo, 1997.

Sac. Pietro Cutuli

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