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Data pubblicazione: domenica 29 luglio 2007  

MATERIALE PASTORALE - ARTICOLI

Cuore aperto, anzi squarciato

Padre Rodolfo Saltarin
vice postulatore della causa di santificazione del venerabile Tommaso da Olera (1563-1631)



Cuore aperto, anzi squarciato
nell’enciclica «Dio è carità» e negli «Scritti» di Tommaso da Olera





La prima lettera circolare del Papa ha come titolo una citazione della Bibbia: «Dio è carità». Anche se firmata il 25 dicembre 2005, la lettera è stata resa pubblica solo il 25 gennaio 2006, a conclusione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.
Ciò non è senza una chiara intenzione. Il Papa vuole mettere al centro del suo pontificato ciò che è stato - quarant’anni fa - il cuore del concilio Vaticano II: l’unità di tutti i discepoli di Gesù e, attraverso loro, l’unità di tutte le persone della terra.

Immagine di Dio e dell’uomo

Tolta dalla Prima Lettera di Giovanni, al capitolo 4° e versetto 16, così la commenta: «Queste parole … esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino».
E subito dopo l’applica alla vita di ogni cristiano: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (n. 1).
Meditando l’enciclica, ciò che balza all’occhio non è solo l’incipit, l’inizio; non sono solo le parole di commento, universali, ma anche il taglio che tutta l’attraversa; quel farci entrare nel mistero di Dio attraverso il «cuore trafitto» di Cristo risorto.
Ecco la conferma: «Lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo, di cui parla Giovanni (cfr. 19,37), comprende ciò che è stato il punto di partenza di questa Lettera enciclica: “Dio è amore” (1Gv 4,8). È lì che questa verità può essere contemplata» (n. 12).
Al n. 17 non lascia dubbi: «Esiste una molteplice visibilità di Dio. Nella storia d’amore che la Bibbia ci racconta, egli ci viene incontro, cerca di conquistarci – fino all’Ultima Cena, fino al Cuore trafitto sulla croce, fino alle apparizioni del Risorto … ».
Non sorprende allora che la lettera sia attraversata in più parti dalle espressioni «cuore trafitto» e anche da quella di «fianco squarciato di Cristo» (n. 12), sottolineando in questo modo la sua vicinanza alla Scrittura Santa e alla grande scuola francescana.
Negli anni Cinquanta il ventisettenne Ratzinger decise di approfondire il “dottore serafico”, Bonaventura da Bagnoregio, per una questione che lo interessava da vicino: il concetto di rivelazione, l’agire storico di Dio in cui la verità si svela gradatamente.
Nella sia Autobiografia continua: «Dovevo quindi verificare se in qualche forma ci fosse in Bonaventura un corrispondente del concetto di storia della salvezza e se questo motivo - qualora fosse riconoscibile - si ponesse in rapporto con l’idea di rivelazione».
Assicura: «Anche se avevo già qualche conoscenza di Bonaventura e avevo già letto alcuni dei suoi scritti più brevi … ». Con ciò intende dire gli Opuscoli spirituali e quindi anche l’opuscolo terzo, L’albero della vita, al n. 30: Gesù trafitto dalla lancia?
Qui è scritto: «Affinché dal fianco di Cristo dormiente in croce si formasse la Chiesa e si adempisse la Scrittura che dice Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto, per divina disposizione fu concesso che uno dei soldati squarciasse quel sacro costato con la lancia … È questa la sorgente che scende dal centro del paradiso e che, divisa in quattro fiumi e poi diffusa nei cuori dei devoti, irriga e feconda la terra». (OPERE DI SAN BONAVENTURA, Opuscoli spirituali, Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 245).


Sapienza di un idiot savant

Con i tipi della Morcelliana e nella collana più prestigiosa, è uscito di recente il primo di tre volumi, relativo agli Scritti di un mistico secentesco, il cappuccino fra Tommaso da Olera (BG), già venerabile e prossimo ad essere dichiarato ufficialmente beato.
Alberto Sana, curatore dell’opera, definisce il frate bergamasco un idiot savant, un illetterato sapiente. Definizione che ben gli si addice; esattamente come ben s’attaglia al suo contemporaneo, s. Lorenzo da Brindisi (+ 1619), quella di “dottore apostolico”.
Annoverato fra gli scrittori spirituali del primo secolo della Riforma cappuccina (1525-1625), fra Tommaso – a differenza degli altri scrittori cappuccini – è l’unico di scarsa alfabetizzazione. Sgangherato nello stile, è però fervente e preciso nei contenuti.
Negli anni Cinquanta, il ventisettenne Badan, cappuccino veneto, studente in dogmatica alla Gregoriana di Roma, preparò una “esercitazione di licenza” avente per tema l’alta spiritualità del mistico bergamasco e per titolo «La devozione alla Passione di Cristo».
In vista poi del quarto centenario della nascita del mistico di Olera (1563-1963), esaminando con acribia i suoi Scritti, Badan affrontò con maggior ampiezza il tema della devozione di fra Tommaso al Sacro Cuore con lo studio «Un precursore di Paray-le-Monial».
«Il cuore aperto è per fra Tommaso – assicura - il riassunto della Passione, il culmine di tutta la Redenzione. Dolori fisici e patimenti morali, tutto si riflette e si rifugia nel cuore: tutte le ferite e percosse che patì Christo in tutte le parti del suo Corpo, et anco dell’Anima, tutte il Cuore di Christo le sentiva e le pativa …. Nel cuore di Cristo s’incontrano la bontà divina e la cattiveria umana … La contemplazione della Passione diventa, nel cuore di Cristo, intima partecipazione all’amore-dolore del Salvatore».
Ciò premesso, Badan s’addentra in un’analisi (in breve) sulla sua devozione al Sacro Cuore in relazione al contenuto teologico. Prima di tutto, l’oggetto materiale: il cuore di cui parla fra Tommaso non è il cuore simbolo dell’amore, ma è lo stesso cuore di carne: «Era l’Humanità del Figliol d’Iddio nobilissima … e, tra tutti i membri, il Cuore era il più nobile. Il cuore di Cristo è quindi degno d’essere compassionato, lodato e adorato sopra ogni altro membro del suo corpo. Nel cuore infatti si rifugiano tutti i dolori».
Aggiunge un passo ulteriore ed illuminante, sempre tratto dai suoi Scritti: «Se il capo del Redentore, coronato di spine, se le mani e i piedi, trapassati dai chiodi, soffrono dolori inesprimibili, il Cuore del mio diletto e dolcissimo Giesù ha pure sentito i chiodi dei piedi e delle mani e le spine del capo. I tormenti di ciascuna parte del suo corpo si ripercuotono nel suo Cuore … Il Cuore di Dio era la sedia di tutti li dolori e, come i fiumi corrono al mare, così tutte le sofferenze si precipitavano verso il Cuore».
Passa quindi a parlare dell’oggetto formale della devozione di fra Tommaso al Sacro Cuore: l’amore umano e divino di Cristo per gli uomini, amore simboleggiato dal cuore: «Se il sangue di Christo fu sangue d’amore, col quale redemì l’uomo, questo che sparse dal suo Cuore fu l’ultimo suggello dell’amore suo. Il concetto viene illustrato con un esempio …: paragona Cristo ad un mercante che, a dimostrazione della sua generosità, vuota completamente la sua borsa nelle mani di un povero …: il cuore di Cristo è la borsa».
«In conclusione – riassume il saggista -: abbiamo qui gli elementi costitutivi della devozione al S. Cuore, come oggi è ammessa dalla Chiesa. Si può quindi considerare fra Tommaso come precursore, nel senso che egli la praticò e propagò in un contesto teologico corrispondente a quello delineato dai documenti pontifici più recenti (Pio XI, Miserentissimus Redemptor; Pio XII, Haurietis acquas)». Sta ricordando l’enciclica di papa Ratti dell’8 maggio 1928 e quella di papa Pacelli del 15 maggio di cinquant’anni fa (1956-2006).
Badan continua, ricordando i fattori ascetici della devozione di fra Tommaso al Sacro Cuore. «Oltre ad un contenuto dottrinale – dice -, la devozione presenta dei fattori ascetici, che quasi costituiscono la risposta dell’anima all’amore-dolore del Cuore di Gesù. Viene in primo luogo un sentimento di riconoscenza. Chi ha capito quanto il Cuore di Cristo abbia amato gli uomini e sofferto per loro, sente nascere un vivo bisogno di ricambiare …: anima mia prometti di dare il tuo cuore per amore di chi lo diede per amor tuo».
Dalla riconoscenza si passa alla compassione. «Se il Cuore di Cristo è il cuore che di uno ama – scrive -, è pure il cuore di uno che soffre. Merita perciò la compassione di chi ha causato tale sofferenza: tu, sopra d’esso (cuore) fa un lungo lamento, piangi, lava quella ferita con le lacrime, e fa che penetrino dentro di quel Cuore. Il sentimento dominante però è quello della riparazione. L’uomo, non corrispondendo all’amore generoso di Dio, commette una grave ingiuria, che si ripercuote vivamente sul cuore dell’Uomo-Dio».
Fra Tommaso allora pone sulle labbra di Cristo queste parole: «Ritorna al tuo Liberatore, il quale con tanta pietà t’aspetta a penitenza; e non temere, anima, perché son ferito, impiagato per tuo amore et il mio Cuore è trafitto». Badan conclude così: «Come si vede, è solamente il bisogno di espiare la propria colpa e compensare la propria ingratitudine, e non ancora il sentimento di riparazione per gli altri: ciò che sarà messo in evidenza particolarmente da s. Margherita-Maria Alacoque (con le sue rivelazioni: 1673-75)».

Dentro la ferita del costato

Nelle prime pagine de La mia vita - autobiografia, Benedetto XVI ricorda con particolare interesse un bavarese esemplare, il frate cappuccino Corrado da Parzham, «portinaio santo» (1818-1894), che raggiunse la gloria del Bernini negli anni Trenta con Pio XI.
Riflette sul santo di Altötting: «In quest’uomo, umile e devoto, noi vedevamo incarnato il meglio della nostra gente, condotta dalla fede alla realizzazione delle sue più belle possibilità. In seguito, mi sono ritrovato spesso a riflettere su questa straordinaria circostanza, per cui la Chiesa nel secolo del progresso e della fede nella scienza si è vista rappresentata al meglio proprio da persone semplicissime, come Bernadette di Lourdes o, appunto, frate Corrado, che non sembravano sfiorati dalle correnti della storia».
«È forse un segno che la Chiesa ha perso la sua capacità di incidere sulla cultura e riesce a far presa solo al di fuori dell’autentico flusso della storia? O è un segno che la capacità di cogliere con immediatezza ciò che conta davvero è data ancor oggi ai più piccoli, cui è concesso quello sguardo che, invece, tanto spesso manca ai “sapienti e agli intelligenti” (cfr. Mt 11,25)? Sono davvero convinto che proprio questi santi “piccoli” siano un grande segno per il nostro tempo, che mi tocca tanto più profondamente, quanto più vivo con esso ed in esso».
Con questa autorevole premessa e per una puntuale verifica delle parole del Papa, gustiamo il sapore delle parole che scrisse fra Tommaso, l’idiot savant, negli anni Venti del suo secolo, il Seicento, in forte contrasto con la retorica pesante di quel periodo.
«O inefabile e innenarabile e investigabile e incomprensibile Dio de l’anima mia, io poverino indegno de levar li ochi a la maestà vostra, degno de l’inferno, avendo io scritto una minima particella della vostra vita e morte e assensione, genuflesso a’ piedi di voi, o mio misericordioso Dio, prego la vostra maestà per la vostra dura morte, per l’assensione vostra, vogliate rimirare me, vilissima creatura, con l’occhio della vostra pietà, non rimirando a’ demeriti mie, ma rimirate prima nelle vostre mani: rimirate me per i forami di quelle beate piaghe perché, passando li vostri ochi per quelli forami, non potrà la giustizia vostra cader sopra me, perché quelle feritte furno fate da la pietà e misericordia che avesti del genere umano».
«O altezza del mio Dio, dimando a la maestà vostra che date a me un cor novo, un amor novo, acciò languisca giorno e notte amando voi di amor vero, forte, spropriato, disinteressato, morto a tutte le cose create, amandovi e scordato del mio interesse, cercando il solo interesse della maestà vostra, nascondendomi entro la ferita del vostro santissimo costatto, acciò io contempli voi, o Dio de l’anima mia, e che da ora in poi io piega tutto al servizio vostro, consumando per vostro amore il corpo e l’anima mia, spargendo sopra di me un raggio del vostro Spirito Santo acciò la luce vostra schiari la cecità e le tenebre che non mi lasciano veder voi, Dio mio».

Padre Rodolfo Saltarin

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