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Data pubblicazione: martedì 15 ottobre 2002  

MATERIALE PASTORALE - ARTICOLI

Teologia della Devozione del Sacro Cuore di Gesù Orientamenti odierni

di Francesco Pignatelli




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SIGLE ED ABBREVIAZIONI





AAS = «Acta Apostolicae Sedis» (Città del Vaticano 1908 - ss.).

ASS = «Acta Sanctae Sedis» (Roma 1860 - 1907).

Cv.C. = «La Civiltà Cattolica» (Napoli - Firenze - Roma 1860 - ss.).

DES = «Dizionario Enciclopedico di Spiritualità», a cura di E. ANCILLI, 3 voll., [Roma], Ed. Città Nuova, [1990].

DIP = «Dizionario degli Istituti di Perfezione», a cura di G. PELLICCIA-G. ROCCA, 8 voll. [Roma], Ed. Paoline, [1974 - ss].

DTI = «Dizionario Teologico Interdisciplinare», a cura di L. PACOMIO e coll., 3 voll. [Torino], Ed. Marietti, [19772].

DS = «Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum...», a cura di H. DENZINGER - A. SCHÖNMETZER, Barcellona - Friburgo - Roma, Ed. Herder, 197636, p. 954.

DSAM = «Dictionaire de Spiritualité Ascetique et Mystique, doctrine et histoire», a cura di M. VILLER e coll., Parigi, Ed. Beauchesne, 1953 - ss.

GLNT = «Grande Lessico del Nuovo Testamento», a cura di G. KITTEL - G. FRIEDRICH e coll., 15 voll., [Brescia], Ed. Paideia, [1969 - 1988].

HA = PIO XII, Haurietis Aquas, AAS 48 (1956), p. 309 - 353. Le citazioni in lingua italiana sono tratte da «La Civiltà Cattolica» 107 (1956), II, p. 449 - 461; 561 - 572; III, p. 3 - 16.

My.Sal. = «Mysterium Salutis», a cura di J. FEINER - M. LÖHRER - F. V. JOANNES, 12 voll., Brescia, Ed. Queriniana, [1973]2.

NDL = «Nuovo dizionario di liturgia», a cura di D. SARTORE - A. TRIACCA, [Roma], Ed. Paoline, [1984]2, XXXVIII - 1667 p.

NDS = «Nuovo dizionario di spiritualità», a cura di S. DE FIORES - T. GOFFI, [Roma], Ed. Paoline, [1989]5, 1772 p.

NDT = «Nuovo dizionario di teologia», a cura di G. BARBAGLIO - S. DIANICH, [Cinisello Balsamo], Ed. Paoline, [1991]6, XXVII - 1901 p.

PG = «Patrologiae cursus completus. Series graeca», 163 voll., a cura di J. P. MIGNE e coll., Paris, 1857 - 1945.

PL = «Patrologiae cursus completus. Series latina», 221 voll., a cura di J. P. MIGNE, Paris, 1879 - 1890.



Nota:

1. Le citazioni in lingua italiana dei documenti magisteriali sono tratte dai volumi «Enchiridion Vaticanum...», a cura di E. LORA - G. TESTACCI, 13 voll., Bologna, Ed. Dehoniane, 1976 - ss.







INTRODUZIONE



É pertinente e che senso ha, oggi, l'argomentazione teologica sulla devozione al Cuore di Gesù?

Il declino della devozione al Sacro Cuore, verificatosi dalla seconda metà degli anni '50 ai nostri giorni, fu in­terpretato dai teologi del tempo e dagli interventi magi­steriali, quali l'enciclica Haurietis Aquas di Pio XII, come se fosse la ripercussione di forme deteriori assunte dalla devozione stessa, non sufficientemente nutrita dai principi dottrinali contenuti nel dato biblico, e nella tradizione patristica e dogmatica.

Questa analisi ha colto solo in parte i motivi della crisi della devozione la quale ha continuato la sua para­bola discendente nonostante abbia avuto il supporto della rinnovata riflessione teologica successiva.

Il limite e l'errore metodologico di questa teologia è dato dal fatto che, in realtà, il senso di questa devozione non sembra possa essere definito attraverso una riflessione teoretica sul Sacro Cuore - come già la primissima la teo­logia del Sacro Cuore del XVIII e XIX secolo, pungolata inizialmente dalle critiche soprattutto giansenistiche, aveva cominciato a fare - teorizzando su quale fosse l'oggetto del culto al Sacro Cuore. Al contrario, il senso della devozione può essere colto ed identificato attraverso la considerazione delle sue radici storico-religiose: la devozione del Sacro Cuore nasce e si sviluppa nella Chiesa in un determinato periodo storico, proprio in quanto devo­zione, come prassi cultuale del popolo cristiano. É in tale prospettiva che la riflessione teologica, avrebbe dovuto e deve, oggi, accostarsi alla devozione del Sacro Cuore, por­tarne a chiarezza riflessa i contenuti, e quindi dare una valutazione pastorale.

Seguendo questa linea, obiettivamente pertinente, ed anzi privilegiata, come cercheremo di mostrare, ci propo­niamo qui in primo luogo, di dare spiegazione e chiarimento della nozione stessa di «devozione», - che invece mancano per lo più nella letteratura teologica dedicata al Sacro Cuore, oppure, spesso non sono realizzati in maniera del tutto convincente laddove sono stati tentati. Seguirà un confronto con le due altre prospettive, i due altri orientamenti al mistero del Cuore di Cristo, che dalla devozione scaturiscono ed alla devozione non possono non far continuo riferimento: il culto liturgico e la spi­ritualità. Proponendo una recensione critica - per quanto assai concisa - delle forme di fatto assunte dalla teologia del Sacro Cuore fino agli anni '50, ci soffermeremo sull'originale apporto metodologico fornito alla teologia della devozione al Cuore di Gesù da Karl Rahner: egli apre la strada alla riflessione teologica in tre direzioni: te­matizzando nel cuore - parola primordiale un simbolo parti­colarmente adatto ad introdurre ontologicamente ed antropo­logicamente il discorso più specifico sul Cuore di Gesù; richiamando l'urgenza di un approfondimento del linguaggio di questa devozione: il linguaggio simbolico; ed affermando che la riflessione e la valutazione del teologo sulla devo­zione al Sacro Cuore - così come su tutti gli altri aspetti storici e dinamici della Chiesa - debbano avere il carat­tere di un giudizio storico pratico. In seguito, verranno proposte alcune linee interpreta­tive del senso che la devozione di fatto esprime nel qua­dro della vicenda del cattolicesimo dall'800 ai nostri giorni, e quindi gli orientamenti ed i compiti che la teo­logia odierna sulla devozione al Cuore di Cristo ha as­sunto. Tutto questo nell'intento di fornire alcuni apprez­zamenti circa le ragioni dell'attualità ed inattualità della devozione stessa ed in quale linea essa può essere ancora feconda e fecondare la vita cristiana e gli orienta­menti spirituali dei credenti, oggi.

Questo articolo vuol proporre nel suo insieme oltre ad una breve e sintetica lettura «teologica» di un'esperienza spirituale, quale la devozione al Sacro Cuore, anche il suo metodo di approccio. Naturalmente ciò comporta che da un lato per molti argomenti trattati non sarà possibile un adeguato approfondimento; d'altro canto, però, si potrà com­prendere in una visione d'insieme tutte le problematiche inerenti alla teologia della devozione del Sacro Cuore. Questo non è di poco conto, poiché sovente an­cor oggi molte opere teologiche su tale argomento sono frammentarie ed incomplete.



I. CULTO E SPIRITUALITA' DELLA DEVOZIONE

DEL SACRO CUORE



Il simbolo del Cuore di Gesù, prima di essere il tema di un approfondimento speculativo, è stato, sotto angola­ture diverse, oggetto di contemplazione, di adorazione, di celebrazione.

Tra le espressioni che abitualmente vengono usate per indicare il riferimento spirituale al mistero del Cuore di Cristo, troviamo sia «culto del Sacro Cuore» che «devozione al Sacro Cuore». La prima è privilegiata nei testi uffi­ciali e liturgici, la seconda, più comune, si riferisce in particolare a pratiche para liturgiche. Ad indicare poi il mistero del Costato trafitto, quale sorgente di vita spiri­tuale, si può anche usare l'espressione «spiritualità del Cuore di Cristo». Se, ovviamente, il contenuto al quale queste espressioni si riferiscono è il medesimo, vale la pena soffermarsi sulle differenti prospettive che si aprono a colui che intende considerare il problema nel suo svolgi­mento storico e dottrinale.

É necessaria comunque una previa chiarificazione termi­nologica poiché generalmente, abbiamo da un lato un uso in­discriminato dei termini, specialmente culto e devozione, spesso impiegati come sinonimi; dall'altro un uso discrimi­nante con cui ultimamente si preferisce spiritualità a de­vozione o culto, per il sapore un po' pietistico che questi ultimi evocano.

Il termine culto può slittare verso il significato di devozione allorché si intende il culto privato, compren­dendo sotto tale denominazione la devozione privata, o me­glio, le devozioni particolari ed i «pii esercizi», quali originali espressioni di preghiera comunitaria ed indivi­duale [1] .

Di solito invece, parlando di culto del Sacro Cuore si intendiamo parlare del culto liturgico.



1.1 La devozione al Sacro Cuore

1.1.1 La devozione e una devozione



In senso forte la «devozione» [2] è un movimento, un impe­gno della personalità tutta intera orientata, rivolta verso un altro, e principalmente verso Dio. La definizione clas­sica di devozione dice che essa è un atto della volontà di darsi prontamente a ciò che concerne il servizio di Dio [3] . L'uomo che si orienta a Dio è devoto e devoti devono essere tutti i suoi atti di religione per dirsi veramente tali. Devozione è, quindi, un atto, non un abitus: è la concre­tizzazione delle disposizioni di fondo, della interiorità, del sentimento religioso.

In più questa esperienza suscita una presa di coscienza a cui si pone da intermediario un «oggetto» che può essere interiore: un'immagine mentale, un'idea; o esteriore: un gesto, un'immagine, la formula di una preghiera, o ancora la giustapposizione dei due. Questo oggetto non è essen­ziale alla devozione, tuttavia è indispensabile. Esso per­mette di dire qualcosa di ciò che è stato vissuto e di parlarne a se stessi o agli altri.

La devozione vuole anzitutto rispondere alle necessità spirituali di una persona o di un gruppo di persone: senza essere assolutizzata, essa va considerata un mezzo spiri­tuale per agevolare la propria vita cristiana. Le devozioni hanno una forza organizzatrice e sintetica della propria vita spirituale: non sono una somma di pratiche minuziose, una giustapposizione di slanci sporadici, bensì uno sforzo di sintesi di tutta la vita spirituale attorno ad un con­cetto centrale - che può essere un aspetto dottrinale o un atteggiamento spirituale -, abbastanza fecondo per arric­chirla e completarla, e abbastanza concreto per non la­sciarla svanire in sogni inconsistenti [4] .

A partire dal XVII secolo, si tende a parlare più spesso di «una devozione» o di «devozioni» al plurale ed identificarle con una di queste immagini o pratiche che permettono di disporre a fare l'esperienza della devozione, in senso forte, o di par­larne: dire il rosario, recitare una preghiera in quella o quell'altra maniera, o non importa quale esercizio spiri­tuale. C'è stato dunque un moltiplicarsi di proposte e pie pra­tiche associate a delle immagini che si dicevano di de­vozione e che soprattutto per stampa si diffondevano in gran numero. Esse potevano essere per alcuni l'occasione di un'autentica esperienza spirituale e permettere la «devozione». Potevano però servire anche da pretesto per una pietà superficiale.

Le devozioni proponendo dei supporti esteriori (preghiere già redatte, gesti da fare, immagini da guar­dare) possono essere utilizzate ciascuno per se stesso o proposte ad altri per facilitare loro una esperienza di devozione nel senso forte del termine. Questa particolarità spiega perché, via via la parola devozione abbia assunto un senso largamente peggiorativo. Nella misura in cui un'immagine o una pratica di devozione fanno scattare in ognuno una diversa e particolare molla psicologica, una particolare devozione non può essere imposta a tutti. Quando ciò è stato fatto sono nati malintesi e gravi incon­venienti. La relazione fra devozione e pratiche devozio­nali, fra atteggiamento di fondo e forme concrete in cui si esprime non è una grandezza statica: essa possiede una notevole ampiezza di variazioni nella vita del singolo, e si può parlare di diversi contegni devozionali e diversi tipi di devozione fra soggetti o gruppi di soggetti contem­poranei o di epoche differenti.



1.1.2 Dimensione affettiva

La devozione implica una particolare dimensione affet­tiva. La dominanza della nota affettiva nella «devozione» è intrinseca al concetto stesso di devozione: l'«affetto» esprime e insieme realizza l'istanza di «interiorità» nell'esperienza della fede.

Nella devozione al Sacro Cuore, i vettori dell'elemento affettivo sono lo stesso supporto immaginativo e simbolico capace di convogliare l'energia affettiva [5] ; l'origine sto­rica della devozione come tale ed il suo collegamento ad esperienze spirituali: diversi autori, a tal proposito, in­sistono sul nesso storico esistente tra l'espandersi della devozione e la reazione verso la teologia e il moralismo del Giansenismo del XVII e XVIII secolo [6] . Lo stesso conte­nuto della devozione suggerisce e richiama l'aspetto affet­tivo. Inoltre, nell'esperienza spirituale dei contempla­tivi, soprattutto medievali, il desiderio di un'intimità cuore a cuore ha portato allo sviluppo ed intensificazione di un linguaggio affettivo: per esempio, uno dei «luoghi» preferiti dalla mistica medievale - sulla scia dell'esegesi patristica - sono stati i temi nuziali del Cantico dei Can­tici. L'allegoria dell'amore tra Dio ed il Popolo eletto fu reinterpretata ed riferita all'amore tra Cristo e la sua Chiesa o all'unione mistica dell'anima con Dio. La medita­zione e la preghiera su questi brani (soprattutto Ct 1,4.12; 2,5.14; 3,11; 4,9; 8,6), tra cui ve ne sono alcuni che specificamente menzionano il cuore dell'amante, quali: «tu mi hai rapito il cuore» (Ct 4,9), ecc., portano inevi­tabilmente alla contemplazione del cuore di Cristo come po­sto di ristoro e sorgente di amore e di grazie.

Questo linguaggio, estrapolato dal contesto in cui nasce ed usato tanto in preghiere e formule devozionali pubbliche quanto in quelle personali, non può che far sollevare delle riserve di carattere soprattutto pastorale, almeno a motivo di un possibile fraintendimento [7] . Ponendo mente al pericolo latente in cui può scivolare una devozione dall'aspetto af­fettivo così marcato, cioè il «sentimentalismo» - dovuto soprattutto al distacco della devozione dalla vita litur­gica ecclesiale e dal rifiuto o dall'impoverimento dottri­nale [8] -, la dimensione affettiva va qui percepita come una ricchezza umana e spirituale. Radi­cata nella sostanza della vita di fede, di speranza e di amore soprannaturale ed effettivo, tale carica affettiva può avere una funzione di equilibrio nei confronti della vita spirituale troppo intellettualizzata [9] . Ma c'è anche da dire che l'esagerato «sentimentalimo» non è realizzato quando il sentimento raggiunge una eccessiva intensità: non può mai essere eccessivo quanto alla sua intensità un sen­timento che sia pertinente nella sua qualità. Piuttosto, esso è realizzato quando il sentimento viene in qualche modo vissuto e perseguito come valore in sé, anziché come modalità del rapporto della coscienza con i valori che lo trascendono. Il sentimento ha una natura intenzionale; ri­ferisce cioè l'uomo alla verità del reale in genere, e ri­ferisce il credente alla verità di Dio. In tal senso il sentire è il momento imprescindibile del vero conoscere. Quando il sentimento sia riflessamente inteso e vissuto come «stato d'animo», come sentir-si, sentire che ha per oggetto se stessi, allora esso chiude l'uomo in una impos­sibile interiorità, anziché favorire la sua dedizione «interiore», la sua devozione nei confronti di Dio.



1.1.3. Religiosità popolare

La devozione al Sacro Cuore storicamente si è concre­tizzata in varie pratiche cultuali che partecipano alla mentalità della religiosità, della cultura e del sentimento popolare [10] . In particolare la devozione che si ricollega all'esperienza spirituale di santa Margherita Maria Alacoque si è molto radicata nella pietà popolare dei fedeli degli ultimi tre secoli.

Rimandando alle pagine seguenti una valutazione com­plessiva circa la devozione quale espressione di religio­sità popolare nel suo ruolo storico ed attuale nel vissuto cristiano. Ci basta qui puntualizzarne le caratteristiche principali. Alla religiosità popolare, bisogna ricondurre, ad esempio, la scarsa attenzione per l'espressione este­tica: le immagini convenzionali sono più accettate o, co­munque, non creano difficoltà a chi le usa. Anche un atteg­giamento in un certo modo utilitaristico appartiene a que­sto tipo di religiosità: si sente la necessità di ricolle­garsi con particolari riti, semplici e para liturgici, al senso della sicurezza di ottenere la salvezza e di avere una protezione divina in tutte le circostanze della vita - vedi, per esempio, il modo errato di comprendere le pro­messe di santa Margherita Maria Alacoque.

Infine, la religiosità popolare si rifà non solo alla tradizione universale della Chiesa ma anche ad avvenimenti storici quali rivelazioni, vita dei mistici, apparizioni.



1.1.4 Origine e sviluppo della devozione

1.1.4.1 L'esperienza dei mistici

L' affermazione precedente ci con­sente di passare logicamente ad individuare quali siano le radici di una devozione popolare, quale quella del Cuore di Gesù.

Diversi studi hanno evidenziato il ruolo dell'esperienza dei mistici nella nascita della devozione [11] . Tuttavia è difficile stabilire la natura di questo rap­porto. Le rivelazioni private che avevano attirato l'attenzione sul Cuore di Cristo, rappresentano, secondo una tesi minimalista, solo un modo di puntualizzare legato ad occasioni contingenti, mentre secondo una tesi massima­lista si tratta di un elemento condizionante e necessario a tal punto da doversi affermare che nella devozione nulla è stato fatto al di fuori della mistica? L' HA pondera queste posizioni e ne recepisce l'elemento più importante: l'esperienza dei mistici si ricollega al dato scritturi­stico, per cui la devozione non è solo conseguenza di rive­lazioni private [12] .

Nel caso della devozione al Cuore di Gesù possiamo affermarne la piena fioritura nel XVII secolo e dire che essa si lega in gran parte alle rivelazioni di santa Mar­gherita Maria Alacoque. Trattandosi di rivelazioni private ad esse va concessa quella forma di adesione dipendente dalle prove arrecate e dall'esercizio del proprio senso critico: un'adesione, tuttavia analoga a quella che si dà alle certezze morali, distinta da quella data all'evidenza scientifica. Per una valutazione teologica a riguardo sono indicativi la costatazione del fatto storico da parte della Chiesa e l'approvazione degli scritti della santa in quanto ciò che riguarda il contenuto esso non contiene nulla di contrario alla fede e alla morale [13] .



1.1.4.2 Una «devozione» al Sacro Cuore dal Medioevo al XVII secolo?

Dopo aver abbozzato un quadro storico della devozione al Sacro Cuore è possibile trarre due conclusioni: la prima, che soltanto dopo l'ordinamento liturgico della Fe­sta del Sacro Cuore, compiuto da Pio XI, possiamo trovare in questa devozione una forma convenientemente sancibile in una festa e impegnativamente riconosciuta dalla Chiesa orante [14] ; la seconda, che questa forma si rifà cosciente­mente ai motivi fondamentali espressi dalla teologia del primo secolo sulla scorta esclusiva delle fonti bibliche [15] .

C'è stato dunque un «mirabilis progressio» che non è da considerarsi, però, come un passaggio dall'implicito all'esplicito: ciò porta a conclusioni imprecise ed af­frettate, come, per esempio, l'affermare che nei primi se­coli del cristianesimo il concetto di Sacro Cuore di Gesù era sconosciuto; oppure qualificare il periodo preparatorio come l'aurora della devozione al Sacro cuore di Gesù [16] .

Secondo quanto abbiamo cercato di esporre nelle pagine precedenti, possiamo cominciare a parlare di vera e propria devozione solo agli inizi del XVII secolo circa [17] . Ciò che ci è lecito cercare nei secoli anteriori al periodo in cui la devozione ha assunto una fisionomia e delle caratteri­stiche proprie quali sostanzialmente sono arrivate fino ai nostri giorni, non è tanto una devozione al Sacro Cuore ante litteram, quanto degli elementi - di carattere teolo­gico, ascetico, ecc.- che via via hanno portato alla devo­zione al Sacro Cuore oppure in questa sono stati, in se­guito, integrati [18] .

Tra questi elementi possiamo porre innanzitutto l'indirizzo sempre più chiaro della spiritualità e della pietà medievale verso il mistero di dolore e di amore della santa umanità di Cristo [19] : la figura del Cuore di Gesù nel Medioevo è fortemente improntata al mistero della Passione, anzi, da esso derivante. Tale considerazione è stata il fondamento di una vera e propria spiritualità del Cuore di Gesù attraverso le correnti di spirituali ed i grandi mi­stici ed autori che le rappresentano [20] . Tuttavia, se non possiamo parlare di una vera e propria devozione potremo definirla ed intenderla come un'attenzione amorosa e una dedizione ed amicizia devota verso il cuore amante e fe­rito di Cristo vissuta soprattutto come spiritualità, come atteggiamento interiore dello spirito e del cuore. Più che come insieme di pratiche esteriori e rituali, possiamo in­tenderla come contemplazione di Gesù dal cuore ferito d'amore.

Nata benedet­tina [21] , l' «attenzione» al cuore di Gesù diventa presto, per via autonoma, francescana [22] , ricevendo, a partire dal XIV secolo, un originale contributo dalla scuola domenicana [23] .

Fra il declino del Medioevo e l'alba dell'epoca mo­derna, dalla tradizione certosina vengono avanzate le prime proposte rituali e cultuali attraverso immagini e pii eser­cizi verso le piaghe del Signore e la ferita del Costato. Tuttavia siamo sulla linea fin ora «tradizionale» della devozione, cioè, ancora legata alla meditazione ed alla contemplazione del Crocifisso, delle sue cinque ferite e della più gloriosa di queste ferite, quella del costato.



1.1.4.3 Dal XVII al XIX secolo

Fin qui abbiamo parlato di una spiritualità, caratte­rizzata non ancora da un culto o da preghiere rituali, ma da una esperienza ed un afflato mistico, da un incontro umanamente sentito col mistero del Cristo evangelico. É estesa in regioni, famiglie religiose, centri spirituali sempre più vari, senza però diventare mai popolare.

fonte: F. PIGNATELLI, Teologia della devozione del Sacro Cuore di Gesù. Orientamenti odierni, in «Studi Rogazionisti» XIV 1993, 41, p. 6 - 82.

Francesco Pignatelli

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Oggi, sotto la guida di un angelo, sono stata negli abissi dell'inferno. E un luogo di grandi tormenti per tutta la sua estensione spaventosamente grande. Queste le varie pene che ho viste: la prima pena, quella che costituisce l'inferno, è la perdita di Dio; la seconda, i continui rimorsi di coscienza; la terza, la consapevolezza che quella sorte non cambierà mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l'anima, ma non l'annienta; è una pena terribile: è un fuoco puramente spirituale acceso dall'ira di Dio; la quinta pena è l'oscurità continua, un orribile soffocante fetore, e benché sia buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il male degli altri ed il proprio; la sesta pena è la compagnia continua di satana; la settima pena è la tremenda disperazione, l'odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie. Queste sono pene che tutti i dannati soffrono insieme, ma questa non è la fine dei tormenti. Ci sono tormenti particolari per le varie anime che sono i tormenti dei sensi. Ogni anima con quello che ha peccato viene tormentata in maniera tremenda e indescrivibile. Ci sono delle orribili caverne, voragini di tormenti, dove ogni supplizio si differenzia dall'altro. Sarei morta alla vista di quelle orribIli torture, se non mi avesse sostenuta l'onnipotenza di Dio. Il peccatore sappia che col senso col quale pecca verrà torturato per tutta l'eternità. Scrivo questo per ordine di Dio, affinché nessun'anima si giustifichi dicendo che l'inferno non c'è, oppure che nessuno c’è mai stato e nessuno sa come sia. Io, Suor Faustina, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell'inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l'inferno c'è.
 


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